Palazzo Bagatti Valsecchi , per un decennio sede dell’Atelier Fercioni
Non c’è niente da fare: quando vado a lavorare a Milano e soprattutto in centro, non riesco a fare a meno di farmi del male. Precedentemente avevo scritto della mia casa, come l’avevo vissuta e le cose che da bambino ci facevo. Ora mi sono spostato di poche centinaia di metri e sono andato dove : a) ho frequentato le scuole elementari. b) L’Atelier Fercioni ha avuto la sua ultima sede. In pratica mi sono spostato da via Montenapoleone a via S.Spirito, una sua trasversale. Negli anni successivi alla scomparsa di mio nonno Giovanni Tranquillo, cioè nei primi anni ’60, l’Atelier viene trasferito da Corso Matteotti al 2 al Palazzo Bagatti Valsecchi in via Santo Spirito al 7. La foto è di questi giorni, ripulito, restaurato e rimesso nelle condizioni originali.
Il portone nel 1970
Di fianco all’ingresso, alla destra, per qualche anno c’è stata anche una boutique, dalla quale si poteva accedere al piano superiore dove c’era l’Atelier mediante una scala a chiocciola.
Questo era il posto dove si trovava la boutique.
La scuola “Luigi Rossari”, era una cinquantina di metri più avanti, verso via della Spiga, ma non l’ho fotografata, non so perchè. Come vedete , oggi siamo sul didascalico. Capita. Mi rifarò prossimamente.
Normalmente mi tengo lontano dalle macro cose, dai macro avvenimenti. Cerco di scrivere delle cose minime, di quelle più vicine a tutti singolarmente. Oggi però non posso fare a meno di parlare del disastro avvenuto a Parigi. Non dopo che ho visto gli occhi di mia moglie riempirsi di lacrime alle immagini della Cattedrale in fiamme. Nadia ed io siamo dei vecchi innamorati di Parigi e in particolare di questa chiesa che non manchiamo mai di visitare nei nostri viaggi parigini. Sto scrivendo il giorno dopo del fatto e sino ad ora non si sa ancora chi o cosa abbia provocato il rogo. I leoni da tastiera si sbizzarriscono: tutti investigatori, tutti pompieri, tutti “ma lo so io…”… Io ( e la mia famiglia) siamo solo intristiti, forse mia figlia riuscirà a vederla com’era prima, noi sarà molto difficile. Ho passato tutta la sera e questa mattina dividendomi tra i vari tg e la ricerca delle fotografie e dei video girati nei viaggi a Parigi. Ho postato questa clip di pochi minuti, girata durante una Messa cantata: una cosa da pelle d’oca. L’acustica, l’ambiente meraviglioso, il coro tutti con delle tuniche bianche e turchesi…
Ho barato, lo ammetto! Queste sono foto di dieci anni fa, quando la skyline di Milano era ancora come quando ero giovane. Non c’erano ancora i nuovi grattacieli, il quartiere Isola era ancora l’unico sopravvissuto alle bombe alleate, piazza Gae Aulenti era ancora di là da venire, la zona del Portello era ancora quella della vecchia Fiera di Milano o quasi e s’intravedeva appena appena il cantiere del nuovo palazzo della Regione Lombardia.
Il Pirellone e la Torre Breda
Allora, se dovevi rappresentare Milano in sintesi, avresti messo il Duomo, il teatro della Scala, il castello Sforzesco, la torre Velasca, La Basilica di Sant’Ambrogio, le Colonne di san Lorenzo, la Galleria e il grattacielo Pirelli. Ma stava per cambiare tutto in previsione dell’Expo che avrebbe portato milioni di visite nel 2015. Stavano per partire (alcuni lo erano già) cantieri ovunque, per la gioia degli ùmarell milanesi ( nota per i non lombardi: gli ùmarell sono gli anziani che si mettono a guardare e commentare i cantieri…) . Intendiamoci, Milano, dal punto di vista architettonico, anche adesso è bellissima, ma la mia Milano, quella che ho vissuto da ragazzo, mi piaceva di più. Forse meno internazionale, sicuramente più grigia a causa dello smog e della nebbia che si spingeva fino in centro, ma con delle atmosfere che ora non ci sono più. Era una città da fotografare in bianco e nero e con tutte le sfumature di grigio: da qualche parte devo avere ancora dei negativi di foto scattate sui navigli e nel Parco Sempione in mezzo alla nebbia che raccontavano cos’era Milano. Anche via Montenapoleone, l’attuale quadrilatero della moda, allora aveva tutta la gamma dei grigi a colorarla. I Bus allora lontani dai filtri antiparticolato e i riscaldamenti molto eterogenei aiutavano questa Milano B/W. Molte industrie erano ancora all’interno della città e questo aveva come effetto secondario di abbassare le falde acquifere milanesi e di rendere “milanese” il cielo. Manzoni lo aveva visto prima della rivoluzione industriale e sapeva quanto fosse “… così bello, quando è bello, così splendido, così in pace…” . Infatti ho dei colleghi romani, con i quali c’era a distanza lo scambio di battute sulla querelle Roma-Milano, che quando sono venuti a lavorare a Milano, sono rimasti stupiti dalla bellezza di questa città…
Nel 1990 Fabio Concato pubblicò una canzone dedicata a suo papà, “Gigi” cioè Gianluigi Piccaluga, ottimo musicista e appassionato divulgatore di jazz e musica brasiliana: vero ispiratore per suo figlio. Canzone che inevitabilmente mi provoca quello che in Lombardia viene chiamato “magone”, ovvero quell’emozione che ti porta molto vicino al pianto. Un pò per la capacità che Concato ha nello smuovere le emozioni con la sua musica e la sua poesia e un pò perchè io , il mio papà l’ho perso quando avevo 22 anni. Un’età nella quale cominci a capire che i genitori non sono un ostacolo alle pretese di ex-adolescente, ma che le intenzioni e le cose che ti dicono e fanno, sono per prepararti al “dopo”. Mio padre , Aldo Fercioni, figlio di uno dei più creativi e bravi sarti italiani dagli anni ’20 ai ’60 Giovanni Tranquillo Fercioni, mi ha insegnato cose semplici: ad essere una persona onesta, gentile, a saper trovare nelle cose il lato giusto e spesso, in quelle più serie saper trovare il lato buffo. Quello c’è sempre, anzi: più le cose sono apparentemente serie e più, se guardi bene, c’è un lato che ti fa sorridere. Mia mamma lo conobbe in tempo di guerra, lui ricoverato in un ospedale militare in seguito alla ritirata in Russia e lei infermiera. Lo conobbe mentre, circondato da altre infermiere, stava organizzando uno spettacolo e stava assegnando le parti… Ad essere sincero mio papà non era un Adone, statura media, fisico da atleta però, formato dall’atletica e dalla boxe che aveva praticato ai tempi dell’università, ma una comunicativa che oltrepassava questo limite e te lo faceva ascoltare sempre, spesso a bocca aperta… Forse, se fosse rimasto ancora un pò con noi, molte cose sarebbero cambiate o forse no, ma sarebbe comunque stato bello…
Non è difficile da intuire il mio amore assoluto per cani e gatti, anche nei lunghi periodi durante i quali non ne ho potuti avere… Dai cagnoni che aveva mio nonno Giovanni, alle bassottine a pelo lungo che avevano gli zii Ruggero e Paola, Rebecca e poi Carlotta, al Beagle di mio fratello per arrivare alla mia Penny, seguita da Tea e 26 anni dopo da Mou. Non mi sto dimenticando dei gatti, ci mancherebbe: quando arrivò la Tea nell’80 , pochi giorni dopo la morte della Penny, quasi contemporaneamente comparve (nel vero senso della parola) la prima Titta, silvestrina bianca e nera. Scrivo “comparve” perchè fu un’apparizione nel vero senso della parola… In quei giorni lavoravo presso Radio Play a Lissone e mentre stavo andando al lavoro durante un giorno di pioggia, nei pressi della radio, fermo ad un semaforo sento una specie di pigolio sommesso. Abbasso gli occhi verso una siepe da dove veniva il suono e vedo il classico riflesso di due minuscoli cristallini. Mi fermo con la macchina, scendo, mi chino verso la siepe ed ecco che mi viene incontro questo topino di neanche due mesi. Da quel momento, per molti anni fu la compagnia della mia famiglia. I primi anni , insieme alla Tea erano una associazione a delinquere: giocando ne facevano di tutti i colori. Un esempio? Mia mamma aveva una vecchia specchiera d’epoca dove, nel ripiano basso e stretto teneva i bigodini per la messa in piega in un sacchetto, in fondo per evitare che il cane ci potesse giocare. Cosa facevano “attenti a quei due”? La Titta (che prima di scoprire che era una femminuccia avevamo battezzato Teo…) si infilava nello spazio interno del ripiano, spingeva con le zampine fuori il sacchetto, e la Tea, da bravo cucciolo li masticava fino renderli buoni come arte moderna… Poi c’erano i momenti in cui Tea voleva convincere la Titta a giocare quando questa non voleva e allora vedevi che, modello mamma, la prendeva o per il coppino o addirittura con tutta la testa in bocca e se la portava in giro fino a quando il gatto si arrendeva e cominciava a giocare… (1-continua)
Nel passaggio da sito tradizionale a blog, mi aspettavo che il trend rimanesse lo stesso: amici e “semplici conoscenti…” (Cit. fumetto Sturmtruppen) e poco altro. Invece partecipano molte persone, mischiate a chi fa e-commerce (quelli non mancano mai), con commenti di ogni genere, segno di eterogeneità nella provenienza e tipologia. Insomma, un pò di tutto… Non mi dispiace la cosa , e mi ricorda un poco gli ascoltatori di quando condividevo idee e musica, invece che sul web in radio. La cosa era ancora più semplice perchè alla mattina presto ( quella era la collocazione dei miei programmi) eravamo tutti “scollegati”, io e gli ascoltatori. A quell’ora non hai ancora alzato le difese della normalità e si dicevano tante cose che più tardi potevano essere sentite e ascoltate in modo diverso. Il pubblico andava da chi si alzava presto per lavoro o per impegni familiari a chi finiva lavori notturni e quindi più disponibili ad ascoltare ogni genere di cosa trattata. E la cosa bella era che, in tempi in cui la condivisione non era ancora di moda ( il web negli anni 70-80 doveva ancora nascere) la radio privata era l’unico modo di interagire con la gente e funzionava. Ad essere ancora più sincero, se le radio non si fossero trasformate nell’ennesimo modo di fare business, la tentazione di rimettermi dietro un microfono, l’ho avuta più di una volta. C’è più immediatezza, è meno macchinoso dello stare dietro una tastiera, stante il fatto che i sistemi di dettatura vocale difficilmente colgono i giochi di parole: i calembours o come li chiamavo io “i Camembert”. Anche gli ascoltatori a volte, ma poi capiscono e magari sorridono… Tanto, se non fai radio in tv (altra contraddizione che capisco poco) chi si accorge che c’è un sessantenne dall’altro lato delle casse acustiche? A proposito di quelli che parlano facendosi guardare in tv, faccio un invito: andatevi a guardare ” Un peu d’amour, d’amitiè et beaucaup de musique”, condotta da Jocelyn e Sophie su Tele Montecarlo dal ’74 al 1980 oltre che da Awanagana e Liliana. Quella è la trasmissione che ha creato il format e, secondo me rimane insuperata, per leggerezza e comunicativa. Ma non lamentiamoci, il peggio è un’altra cosa…
non c’entra col titolo ma oggi al parco è lo scatto migliore…
Una volta si frugava nei cassetti, nelle librerie, negli armadi, in vecchie scatole, si sprofondava in vecchi scaffali e si trovava di tutto. Biglietti, lettere, scartoffie, carabattole, cose care e altre meno… Se poi si è un accumulatore compulsivo come lo sono io, da scavare ce n’è veramente tanto. La versione più moderna di questa sindrome è quella che ti fa raschiare fino in fondo le memorie di vecchi computers, hard disk, memorie, cd e dvd-rom e scoprire cosa virtualmente hai lasciato in giro. Da questo disordine digitale si capisce anche a quale generazione si appartiene, perchè il fatto di non avere rinominato o classificato, documenti, musiche, foto, filmati ti fa capire che non si prevedeva di averne così tanti. Per esempio, in questo momento mentre sto scrivendo ho collegato un vecchio iPod classic, sapete quelli con schermi non touch (sembra quasi impossibile ora…), con la rotellina e il pulsante di conferma che comunque avevano delle memorie considerevoli anche per adesso. Sto ascoltando random le musiche memorizzate: circa 90 giga di ogni genere di musica, in questo momento Pinball Wizard degli Who, ma c’è veramente di tutto. Certo ogni tanto arrivano anche delle stilettate che ti trafiggono il cuore, facendone uscire ricordi di ogni genere ma anche quello ci sta. Non è spiacevole, ti fa riemergere un bel pò di cose e il bello che te le ricordi com’erano, non come i giri del ricordo ti mostrano quanto sia cambiata la realtà. Tornare sui luoghi d’infanzia è, nelle intenzioni, meraviglioso. Purtroppo l’esito è spesso deludente, ad essere ottimisti. Quindi armiamoci di buona musica, belle scartoffie, foto care e facciamo partire la memoria… Non dovrebbe deluderci..ricordi